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Quest’isola mi fa male. O forse non abbastanza. Ecco, la soluzione di tutto magari è proprio cercare una situazione esistenziale ancora più triste e poi non si può che risalire, signora mia. No, luoghi comuni, no. Penso di essere ancora traumatizzata dai discorsi ascoltati in treno. Il simil-prete isterico, che grazie, inizialmente, al suo background (da pronunciarsi rigorosamente con la bocca apertissima, un accento pietosamente americaneggiante e indugiando sull’aaund) e in seguito con le, più basse e volgari, ricette delle mamma tentava di affascinare l’acida dirimpettaia, le tre signore che sedute, a stento, sui sedili del corridoio di un interregionale degno della signora del West, disquisivano sul meteo, i nipoti, il presente e il passato, programmi televisivi dai nomi più improbabili, diffondendo le parole nell’aria grazie a potenti ventagli, agitati simultaneamente e con un movimento del polso (evidentemente meccanico) di almeno 90 gradi. I cessi fuori servizio precludevano anche una possibile via di fuga nicotinica. Vabbè forse il problema è che per cercare di non rivolgere l’attenzione alla mia testa mi rivolgo in modo altrettanto ossessivo all’esterno. Ma ancor prima, è stato così inquietante emozionarmi di fronte alla scritta Trans Europe Express sul trenino nella pericolosissima sala d’attesa a Termini. L’isola ha per me la maledetta capacità di amplificare le emozioni, ottenendo i migliori risultati con quelle meno felici..ma nonostante tutto rimarrei qua sempre, c’è qualcosa che ha reso per me questo posto, con il passare degli anni, assolutamente necessario. Riesco a sedermi per ore su uno dei mezzi pilastri, guardare il cielo o le onde, pensare e studiare le persone senza definire tutto questo Noia. Messo così sembra tutto molto patetico, come il fatto di rimanere affascinata da qualunque pseudo-intellettualoide-solitario, anche da quelli più palesemente finti. Sentirmi a casa mia (nel senso profondo del concetto) pur non essendolo propriamente, poter essere lontano da tutti, cercare di anno in anno i cambiamenti, che almeno qui sono subito evidenti, leggere libri pesantucci guardando con divertito disprezzo i romanzetti da spiaggia di quei pochi che ancora leggono in vacanza, ridimensionare, dopo la città, la prospettiva in una realtà piccola..il ritorno nel mondo sarà duro. Potrebbe anche essere che il sale mi stia annebbiando i ragionamenti come i finestrini degli aliscafi su cui progressivamente si deposita.

 Forse essere impermeabili al mondo esterno ma soprattutto agli altri, non avere legami, non creare relazioni soprattutto caratterizzate dall’affetto eviterebbe di soffrire, prima o poi per qualche ragione.

 It can’t rain all time si diceva in quel film molto piovoso, sarà…

You came on your own
That’s how you’ll leave
With hope in your hands
And air to breathe

E’ tardi. In più sono stanca e moderatamente incazzata. O saranno le troppe spezie dell’indiano. Sento di voler scrivere qualcosa, ma il momento non è dei migliori.

Insomma questi Editors non mi dispiacciono, ma non vorrei che fossero troppo da fighetti e a breve termine. I testi non sono male.

Io continuo a chiedermi se non sia estremamente contradditoria la mia continua ricerca di solitudine, la fuga da tutto ciò che mi sembra popolare, condiviso, “di massa”, la voglia di fare la maggior parte delle cose (viaggi viaggi viaggi) da sola.. contradditoria per il fatto che poi mi trovo all’una di notte a chiedermi se in fondo questa solitudine, che alla fine sono io stessa ad impormi, sia positiva e davvero non mi faccia soffrire. E la risposta è no. Dev’esserci una via di mezzo che mi permetta di non essere totalmente asociale e al tempo stesso di mantenere la mia autonomia mentale. E Parigi e gli altri viaggetti in solitudine, a cosa servivano e a cosa servono? Cosa devo dimostrare?        Se mai riuscirò anche quest’estate a raggiungere la mia isola (e anche qui, non so quanto sia normale che io sogni di passarci un anno intero, da sola, praticamente lontano dal mondo, per veder passare le stagioni ) avrò l’ennesima dimostrazione della mia scarsa disponibilità a socializzare, a sorridere a chi mi sta sulle palle..forse sarà un problema di freddezza (penso che il sostantivo italiano sia un altro ma mi viene solo questo, orribile ), ma non credo..sicuramente di fiducia. Tutto questo sembra tratto da un bel diario rosa, adeguatamente chiuso con un lucchetto e con tante belle parole abbreviate e orfane di vocali, che non avrei potuto scrivere neanche un po’ di anni fa. Invece alla base c’è qualcosa di molto profondo che non riesco a determinare bene. O forse sì, è tutto uno sfogo di una ragazzetta insonne..forse sono proprio quello che cerco di dimostrare di non essere, troppo giovane e troppo stupida. E tutto quello che scrivo qua mi sembra sempre più inutile e idiota.

Se non levano quei manifesti demenziali di casa pound sotto casa mia, vado a levarli uno per uno.

 

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ME

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